Colloqui di lavoro via Skype/Zoom e diritti digitali

Salve,

ultimamente le aziende hanno preso l’abitudine di condurre i colloqui di lavoro, specialmente quelli preliminari, esclusivamente in via telematica. Questa pratica si è chiaramente diffusa durante il covid ma dubito sparirà.

Molte aziende utilizzano per i propri colloqui Skype o Zoom. Entrambi sono software proprietari (anche se usabili via browser). Sebbene sia possibile usarli senza un account creando una stanza ed inviandone il link ai candidati, credo questa non sia la modalità di utilizzo prevalente (correggetemi se sbaglio) e nella pratica ci si accorda comunicando il proprio username per essere chiamati in un determinato orario.

Qualcuno dirà, “se si tratta di privati, non si può fare nulla”. Ma ricordo che:

  1. Non esiste ancora un rapporto di lavoro tra i candidati e le aziende
  2. I candidati chiaramente utilizzano il proprio PC ed il proprio account Microsoft/Zoom, non un PC/account aziendale
  3. I candidati hanno spesso la posizione debole nella contrattazione, dunque non possono imporre le proprie soluzioni all’impresa che tra l’altro ha una sua burocrazia. In altre parole, se un(a) candidato/a chiede un’alternativa a Skype/Zoom (es. Jitsi Meet) è possibile che gli/le sarà negato il colloquio - questo se non altro per le regole corporate che impongono di utilizzare solo le piattaforme approvate dall’azienda (es. Skype, Zoom)

Io credo che tutti e tre i punti da me elencati creino i presupposti per una maggiore tutela dei candidati. Non sono un giurista dunque lascio a voialtri l’onere di capire se esistono delle normative che impedirebbero all’azienda di imporre la propria piattaforma di videoconferenza ai candidati. In altre parole, una legge in base alla quale non possa essere negato il colloquio al candidato che rifiuta di utilizzare uno specifico programma sul proprio PC, o di possedere un account spesso una specifica azienda terza.

Trovo che la questione sia rilevante sotto i profili della privacy, della libertà personale, della libera concorrenza, della difesa del contraente debole e della tutela dalle discriminazioni.

Grazie :slightly_smiling_face:

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Aggiungo che proprio l’altro giorno mi hanno detto che i colloqui di lavoro persino con no-profit affini al software libero, come Wikimedia Germania, sono tutti con Google Meet. Uno può invitare loro ad un’alternativa ma per il momento semplicemente ignorano la tua richiesta e il colloquio si fa dove vogliono loro.

Non me lo sarei aspettato da Wikimedia! Considerato poi che le soluzioni in self-hosting esistono e che anche protocolli da loro adottati come Matrix supportano il video.

C’è un modo per coinvolgere altri europei nella questione? Mi rifiuto di credere che sia legale subordinare la ricerca del lavoro, un diritto fondamentale, al possesso di un account Microsoft, Google o Zoom!

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Proviamo ad uscire dall’ambito strettamente informatico?
Se per farti un colloqui ti chiedessero il numero di cellulare? Le obiezioni sarebbero più o meno le stesse. Potrei non voler dare il mio contatto, potrei non voler usare quella tecnologia di comunicazione, potrei addirittura non avere un cellulare? Quindi che si fa?

Direi che se si tratta di colloqui di lavoro ci sta che almeno alcune regole le stabilisca il datore di lavoro. Anche perché non si può neppure pretendere che l’azienda che fa i colloqui gestisca ogni possibile applicazione di comunicazione.

Un eccesso normativo è solo dannoso.

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Beh, in questo caso più che richiedere un numero di cellulare si tratterebbe di richiedere un numero di cellulare appartenente ad uno specifico operatore americano. In altre parole, per la telefonia esiste interoperabilità, cosa che non esiste per i programmi di videoconferenza. Non è inoltre necessario usare software proprietario per avere un numero di telefono - una soluzione VOIP in linea teorica può raggiungere l’obiettivo.

Inoltre qui non c’è alcun datore di lavoro perché non c’è alcun rapporto di lavoro. Si tratta di privati che interagiscono allo stesso livello, anche se nella pratica le aziende hanno spesso una posizione più forte (es. 1500 euro al mese sono una piccola cifra per una grande azienda ma possono fare la differenza per chi vive di stipendio in stipendio o ha una famiglia).

Le leggi servono a contrastare i fallimenti di mercato. I monopoli e gli oligopoli generati da effetti di rete dovuti non all’assenza di alternative (con Jitsi Meet un colloquio si tiene tranquillamente) ma ad una posizione consolidata dovuta a brand, etc. necessitano un intervento normativo quando ledono i diritti dei più deboli.

In questo caso credo sia ingiusto che chi cerca lavoro debba avere quasi forzatamente un account Microsoft/Zoom/Google. Potrei capire usarli a lavoro, su PC ed account aziendali, così però è semplicemente un ostacolo al cittadino che non vuole sostenere la responsabilità di un altro account che può essere compromesso, come è già accaduto, del resto (v. caso SolarWinds).

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Cosa ti fa pensare che un server Jitsi Meet non possa essere compromesso?

E simmetricamente, perché dovrebbe essere il candidato ad imporre il canale su cui comunicare?

Mi sembra il solito approccio di voler imporre per legge ciò che non si è riusciti ad imporre a livello tecnico. Come quelli che vorrebbero LibreOffice obbligatorio nella PA, quelli che vorrebbero per legge la vendita di PC senza SO, quelli che vorrebbero per legge la messa al bando del software proprietario, etc. etc.

Cosa ti fa pensare che un server Jitsi Meet non possa essere compromesso?

Può certamente essere compromesso, tuttavia perlomeno non servirebbe alcuna registrazione. Basta un link, una password ed un orario. Se il server è self-hosted, le possibilità che qualcun altro al di fuori del datore crei la room sono nulle, se ben configurato.

Confronta questo con la situazione attuale: diverse aziende impongono ai candidati di iscriversi ai propri siti (magari basati su Oracle HCM o simili) solo per potersi candidare.

E simmetricamente, perché dovrebbe essere il candidato ad imporre il canale su cui comunicare?

Chiaramente nessuno dei due dovrebbe imporlo - si tratterebbe di venirsi incontro. Cosa che purtroppo spesso non accade - o si accetta di usare la piattaforma proposta dall’azienda o nulla.

Forse la soluzione migliore in questo caso non è Jitsi Meet o un sistema similarmente centralizzato ma piuttosto uno federato come XMPP o Matrix: così ognuno può gestire il proprio server ed usare il client che preferisce.

Mi sembra il solito approccio di voler imporre per legge ciò che non si è riusciti ad imporre a livello tecnico. Come quelli che vorrebbero LibreOffice obbligatorio nella PA, quelli che vorrebbero per legge la vendita di PC senza SO, quelli che vorrebbero per legge la messa al bando del software proprietario, etc. etc.

Anzitutto per la PA esiste già una legge, il CAD (Codice dell’Amministrazione Digitale), che tra l’altro è poco rispettata - non tutte le PA effettuano la valutazione comparativa richiesta per giustificare l’utilizzo di un dato software.

Non capisco poi perché essere contrari ad un approccio normativo se questo è volto a tutelare gli utenti e la libera concorrenza. I primi due punti che tu hai citato (Office e Windows, in poche parole) riguardano nella pratica la stessa azienda che sfrutta la propria posizione dominante per promuovere altri suoi prodotti. In altre parole, non appena installi Windows 10 (cosa che ho visto con i miei occhi qualche giorno fa) ti viene offerta una demo di Office365. Come può questo non ledere la libera concorrenza?

Essere a favore di leggi che tutelino la libera concorrenza non è una questione di sinistra o destra: l’antitrust Americana, modello per le successive, è opera di un politico Repubblicano (di destra), John Sherman. Dunque trattandosi di una questione apolitica, non vedo perché persone anche con idee diverse non possano trovarsi nel mezzo :grinning:

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A livello commerciale, non tecnico. Molte di queste applicazioni hanno il solo merito di essere state le prime o le meglio pubblicizzate.
Esempi? Per 15 anni ci siamo sorbiti un Internet Explorer indecente rispetto a qualsiasi alternativa, semplicemente perché preinstallato in Windows.
Whatsapp è abissalmente inferiore rispetto a Telegram, ma è stato tra i primi ad avere l’intuizione di utilizzare il solo numero di cellulare per fare tutto e si è guadagnata un mercato immenso nonostante l’€, poi è arrivata Facebook, e adesso è inattaccabile (pur rimanendo tecnicamente inferiore, e di molto). Lasciamo perdere la diatriba Linux/Windows: è palese che ci sono rispettivi ambiti di superiorità, ma comunque trovi sempre e solo Windows.
Chi arriva dopo deve per forza sforzarsi di essere tecnicamente superiore, o molto meno costoso, per compensare l’effetto rete.
L’inferiorità tecnica dell’incumbent (per non dire monopolista) rispetto ai newcomers è più la regola che l’eccezione.
È anche il cuore dell’economia startup: le grandi aziende minimizzano il rischio estraendo il massimo valore dal mercato che già hanno, minimizzando l’innovazione di prodotto. Le startup fanno necessariamente il contrario: rischiano tutto per sviluppare un prodotto nuovo e cercarsi un mercato da zero. Quando le grandi aziende vogliono “innovare”, acquistano una startup che ha già rischiato, e la fortunata solitamente rientra di tutti i rischi corsi per divenire appetibile.

E come fai a comparare un SAAS con una applicazione locale? Perché nella maggior parte dei casi lo scenario è quello. Ed ammesso che trovi un SAAS con applicazioni open source, i costi sono quasi sempre maggiori. CAD rispettato e open source fuori dalla porta.

E quindi che si fa? Li penalizziamo per legge solo perché sono arrivati prima degli altri o solo perché si sono saputi vendere? Il mondo va così. La gente compra auto tedesche convinta che siano più affidabili. I dati dicono il contrario, ma la percezione è quella che si è costruita negli anni. C’è gente che fa benzina in alcune pompe o non in altre convinta che il carburante sia migliore quando in realtà tutti attingono dalla raffineria più vicina. Facciamo leggi anche queste cose?

@next Non ho capito se hai anche una proposta più costruttiva.

Edited: premettendo che lo sai che non si sta paragonando due benzinai. Si sta parlando di rispetto delle libertà digitali. In un certo senso, rispetto delle minoranze.

Direi che scomodare i diritti umani forse è un po’ troppo. Ti chiedono di usare un account MS/Google/QuelCheVuoi? Nelle peggiore delle ipotesi ne crei uno, lo usi solo per il colloquio e poi lo elimini. C’è già il GDPR a tutelare i tuoi diritti in quel contesto. Del resto scommetterei che la maggior parte degli iscritti a questo forum ha un account gmail, ma non si è neppure mai posto il problema etico di alimentare un monopolio che impone protocolli non standard.

Se ti chiedono un numero di telefono o un indirizzo email o di inviare un CV ti stanno chiedono in sostanza la stessa cosa che fare un colloquio online. Anche quelle sono violazioni delle libertà digitali? E che dovrebbero fare quindi? Chiedere ad ogni potenziale candidato in che modo vuole fare il colloquio?

Una offerta di lavoro normalmente ha un certo target. Se ti chiedono di conoscere Word non stanno violando la tua libertà, ma stanno dicendo che per le mansioni che svolgerai devi conoscere quel software. Se ti chiedono di utilizzare Slack (ad esempio) non stanno volando la tua libertà, stanno solo ponendo un filtro tra i candidati idonei alla posizione offerta. Se in quella azienda usano Slack ma per te quel software è una violazione della tua libertà, in che modo pensi di poter lavorare con loro?

Se frequentate i siti con le offerte di lavoro noterete che sono pieni di richieste molto specifiche: bella presenza, conoscenza della lingua spagnola, esperienze precedenti, referenze, disponibilità a viaggiare, BYOD. Consideriamo ognuna di queste una violazione della libertà di scelta delle persone?

Può darsi che io non abbia soluzioni più propositive, questo è vero. Ma ho posto a mia volte delle questione che non mi pare abbiano trovato grandi contro-argomentazioni.

Può darsi che io non abbia soluzioni più propositive

Ci provo io. Potremmo trovare dei parametri per classificare la sostenibilità digitale di una società, fra cui la manutenzione di un ambiente di lavoro che rispetti le libertà digitali dei clienti e dei lavoratori e dei futuri lavoratori. Dovremmo poter dialogare con enti certificatori su questo tema. Infine, incentivare le realtà che badano a questa sostenibilità digitale. Un po’ come gli incentivi industria 4.0.

Una volta che lavori per loro no: sono loro a darti gli account. Che dovrebbero comunque rispettare il GDPR, cosa che nessuna delle aziende americane può fare, visto che gli USA non sono considerati sicuri per i dati personali degli europei (sentenza Schrems II).
Quindi tecnicamente sì, al momento è una violazione più che della libertà, del GDPR.

A parte questo, la questione sarebbe presto risolta: l’azienda DEVE darti un account temporaneo che utilizzerai per il colloqui.

In un mondo di multinazionali può darsi che tu abbia ragione. Ma calare questo nel tessuto produttivo italiano fatto di PMI vuol dire solo altra burocrazia, altri costi, altra perdita di competitività.

Ma il punto, per me è quello posto sopra: perché porre le libertà digitali ad un livello più alto delle libertà fondamentali? E’ lecito porre condizioni sull’aspetto fisico ma non su un software per il colloquio a distanza?

Questa soluzione sarebbe senz’altro preferibile a quella attuale! Non si può imporre a dei candidati di usare un proprio account.

L’azienda comunque si fa carico dei dati dei candidati in vari modi, immagazzinando i CV ed in alcuni casi chiedendo loro di creare account presso i propri portali di HR (come Oracle HCM). Perché non farlo anche in questo caso?

Sono sbagliate entrambe le cose. Qui siamo su un forum informatico, mi pare logico che possiamo discutere più agevolmente la questione digitale. Tra l’altro non esiste una legge specifica per non discriminare per l’aspetto ma esistono diverse leggi che possono essere attuate dai giudici in questi casi.

Concordo. Casomai un domani da dentro puoi fargli cambiare idea ma da fuori fai l’effetto schizzinoso non credo che poi ti assumerebbero.

Potrebbero avere le loro policy dentro l’azienda del tipo usiamo quel servizio perché lo paghiamo, oppure non vogliamo che sia anonimo perchè vogliamo avere un tuo contatto e facendo il colloquio accetti a condividercelo, oppure preferiamo una soluzione che sappiamo usare e che non dobbiamo hostarci per fatti nostri e che regga bene la linea.

Cosa succederebbe se l’azienda ti da una macchina non elettrica ma una a benzina?
Per me rientra nella stessa casistica.

Dobbiamo ragionare non dal fatto “non usano FOSS e quindi non va bene” ma del perché non lo usano, altrimenti rimane una discussione su questo forum e basta :slight_smile:

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Ma qui non si tratta di cosa ti fornisce l’azienda come dipendente, nessuno ha contestato questo, io per primo nel mio OP. Qui si tratta di un’azienda che si rifiuta di offrire un colloquio ad un candidato (non dipendente quindi) che non adotta la piattaforma da loro richiesta. Credo che email e telefono essendo decentralizzati non abbiano questo problema.

Io preferirei usare una piattaforma piuttosto che dare il numero di telefono, oramai è un dato molto importante. Mentre per l’email basta poco per farsene una apposita se proprio uno ha problemi.

Non la vedo come un problema anche perché succede anche nelle scuole, nelle associazioni e così via.
Cioè ti fanno usare un servizio che tu non hai e se vuoi partecipare devi usarlo. Una azienda come un ente non può avere tutti i servizi a disposizione perché il primo che arriva non ce l’ha.

Per quello dico che ha molto più senso approfondire le scelte di un azienda, associazione ecc per poter proporre una alternativa.

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Su questo non sono d’accordo. Se ci limitiamo all’informatica parliamo di algoritmi, di reti, di AI e cose analoghe. Ma se parliamo di leggi siamo fuori dal quel campo e non possiamo ragionare con i paraocchi. Le leggi oltre che “giuste” devono essere astratte ed applicabili. Se usare il software X è discriminatorio verso chi usa Y, allora usare il cellulare è discriminatorio verso i luddisti e chiedere un CV su carta è discriminatorio verso gli ambientalisti. E’ un ginepraio da cui non si esce.

Ha ragione @mte90 nel dire che la sfida è cambiare le cose da dentro portando le istanze, i valori ed i vantaggi dell’opensource. E non aspettarsi che ci sia una legge che lo imponga.

Tra l’altro non esiste una legge specifica per non discriminare per l’aspetto ma esistono diverse leggi che possono essere attuate dai giudici in questi casi.

Già infatti, basta vedere una qualsiasi sfilata di moda… :laughing:

Sempre più spesso le leggi vengono utilizzate per orientare la società. Vedi provvedimenti che istituiscono non proprio edificanti esempi di ministeri della verità (debunker etc), proposte di legge per la censura del linguaggio e delle idee, quote arcobaleno o multicolore, etc. Non dico sia sbagliato: dico che servono per ingegnerizzare la società, e trasformare le consuetudini.

L’idea alla base è: (forse) ci piacerebbe una società Y, ma le più o meno libere scelte delle persone oggi ci danno la società X in cui viviamo.

Forziamo allora le scelte delle persone con una legge, in modo da assomigliare di più ad Y per qualche aspetto K.
Alla lunga, K sembrerà normale, anche perché guardacaso lo fanno tutti ma proprio tutti. Simultaneamente, la pratica precedentemente “normale” nella società X sembrerà assurda, deplorevole, ingiusta (anche perché non lo fa più nessuno…).

Il GDPR è un esempio clamoroso di questo processo. Tutti hanno una mail gmail (se no come attivi il telefono?). Ma i sovranisti EU hanno deciso che ci serve più sovranità digitale, quindi hanno trovato il modo di mettere fuorilegge quasi tutto il resto mondo per quanto riguarda il trattamento dei dati personali (il principale asset del mondo digitale). Non hanno certo pensato di cambiare da dentro, portare a spasso le istanze o offrire alternative migliori: hanno creato la domanda di servizi digitali EU per legge.